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Reddito di cittadinanza senza averne titolo, 18 denunciati a Bonorva


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Paese

Dati Generali
Il paese di Bonorva
Bonorva è un Comune della provincia di Sassari. Si estende sul costone settentrionale dell´altopiano di Campeda, a 508 metri sul livello del mare. Conta 3984 abitanti. Fa parte della V comunità Montana “Del Logudoro?. Dista 83 km da Sassari.
Il nome appare in una forma più antica come Bonorba. Il toponimo potrebbe derivare dal latino bona opera, dove opera sta per lavoro agricolo.
Il territorio di Bonorva
Altitudine: 314/791 m
Superficie: 149,55 Kmq
Popolazione: 4106
Maschi: 2027 - Femmine: 2079
Numero di famiglie: 1588
Densità di abitanti: 27,46 per Kmq
Farmacia: corso Umberto I, 13 - tel. 079 867606
Guardia medica: corso V. Emanuele II, 138 - tel. 079 866487
Carabinieri: corso Umberto I, 106 - tel. 079 867925
Polizia municipale: piazza Santa Maria, 27 - tel. 079 867894

FotoGallery



Storia

BONORVA, villaggio della Sardegna, provincia d’Alghèro, capo-luogo di distretto, che comprende Cossaìne, Giave, Pàdria, Mara, Pozzo maggiore, Rebeccu, Semèstene. Includevasi nell’antico dipartimento di Costa di Valle, o Costa-valle.

Si dice che il suo primo nome fosse Moristène, che sarebbe una corruzione di Monasterio, del che vedrassi poi la ragione. È tradizione che i primi suoi popolatori siano discesi dal sito di san Simeone.

Estendesi l’abitato da levante a ponente passi 500, con una larghezza di 250. Nella parte superiore le strade sono piuttosto regolari e larghe. La situazione è alle falde del suddetto monte, che lo protegge dai venti australi e siroccali. È distante dalla strada centrale due quarti di miglio. Non si sa capire perché la linea della medesima non siasi tirata su per lo paese in retta a Torralba, col risparmio d’un lavoro di forse due miglia.

Il clima patisce d’alquanta umidità, e vi è frequente l’ingombro della nebbia. Non ostante l’aria non si infama come maligna.

Nessun’arte di quelle che vi si esercitano, si potrebbe dir fiorente. Non pertanto devonsi i bonorvesi lodare di molta attività e industria. La maggior parte sono applicati all’agricoltura, ed alla pastorizia; i rimanenti lavorano in qualche mestiere, e tra gli altri sono più numerosi i ferrari, che portano in vendita le loro opere ad altri paesi, e le espongono in tutte le fiere.

Le donne tessono tele e panni foresi di molta durata: però le più belle manifatture di tal genere sono le coperte da letto, ed i tappeti variamente figurati.

V’hanno alcune spezierie, alcuni chirurghi, ed un medico distrettuale, una scuola normale frequentata da 50 giovanetti, delle scuole ancora di latinità instituite da un pio sacerdote, nelle quali si numerano circa 20 studenti, delle botteghe di merci, di commestibili, di vino, d’acquavite, ed un macello.

Soggiace questo popolo alla giurisdizione dell’arcivescovo di Sassari, siccome colui che in sè riunisce l’antico vescovado di Sorra, in cui si comprendeva Bonorva.

La chiesa parrocchiale è sotto l’invocazione della Nostra Donna (Santa Maria). L’edificò monsignor Didaco Passamar, mentre resse per 28 anni questo popolo, e fatto poi vescovo d’Ampurias, la consacrò nell’anno 1614. La costruzione non pare sia stata governata da un perito architetto. È a tre navate. Il parroco si qualifica rettore, e pretendesi possa egli godere del titolo d’arciprete della soppressa cattedrale di Sorra. Egli è servito da quattro sacerdoti, senza alcuni altri, che sono applicati alla parrocchia. Vi sono ancora tre altre chiese, cioè s. Vittoria, antica parrocchiale del villaggio primitivo, detto, come sopra fu indicato, Moristène, che poi appartenne ai padri gesuiti: l’oratorio di santa Croce, e la chiesa di s. Antonio unita ad un convento di frati dei minori osservanti fondato dopo il 1640.

Due sono le feste popolari, una in onore di s. Paolo primo eremita addì 22 settembre; l’altra di s. Giovanni Battista, che era per lo avanti una delle principali di tutto il Logudòro; ambe con fiera, corsa, fuochi artificiali, carole, e canti d’improvvisatori, che in varie parti della piazza dove tiensi la fiera gareggiano fino a notte avanzata.

Fuori del paese trovansi molte chiesette, alcune delle quali ancora offiziate in qualche giorno entro l’anno, altre interdette, cadenti, o in gran parte distrutte. Delle prime una è a ponente, in distanza di mezz’ora dall’abitato, dedicata a san Francesco di Assisi; altra a levante, a maggior intervallo, di antica costruzione, ed appellata da s. Lucia vergine e martire; e oltre queste s. Lorenzo, s. Maria de Cunzàdu, s. Elena, s. Matteo, s. Simeone, s. Andrea Priu. La chiesa di s. Giusta è quasi affato distrutta.

Dal censimento parrocchiale (anno 1833) si conosce constare la popolazione di anime 5100, distribuite in 1225 famiglie. L’ordinario numero dei matrimoni è di circa 25, le nascite giungono a 160, le morti a 100, la vita si suol prolungare ai 65, però non sono rari quelli che valicano il novantesimo.

Le più frequenti malattie sono la pleuritide, i dolori reumatici, e le terzane, le quali mostransi nei più di benignissimo carattere.

Il cimitero è attiguo alla parrocchiale; i più però sono sepolti nelle casse sotto il pavimento della chiesa. L’aria sentesi spesse volte infetta.

Sono i bonorvesi di tal indole che ha un po’ di fierezza, pronti a sparger l’altrui sangue per lievi motivi, senza che li possa trattenere alcun riguardo. È celebre l’assassinio di D. Pietrino Prunas uomo ricchissimo, padrone di molti armenti, e di 99 greggie di pecore, trucidato nel giorno istesso che ei dovea formarsi la centesima.

Spesso vi si riuniscono delle grosse fazioni, si perseguitano nella campagna con furore, e distruggono le fortune un dell’altro. È accaduto che una parte massacrasse armenti di più centinaja di capi, e struggesse quant’altro apparteneva ai contrari.

Usano i bonorvesi nel vestire maggior eleganza degli altri del dipartimento. Molti però alle brache (sas ragas) sostituiscono pantaloni di panno ruvido. Nel-l’estate vestono gli usattini, o borsacchini di pelle di daino, in vece delle calze di panno.

A fronte dell’autorità ecclesiastica mantiensi ancora nella plebaglia il piagnisteo (s’attìtu) tanto nel giorno del decesso, che in quello delle esequie, intervenendovi i parenti, e le persone più care. Non di rado avviene che la moglie, o altra persona assai stretta al defunto di parentela, debba starsene per più giorni in letto, per le contusioni e altro male fattosi con le proprie mani, da che se lo strazio non è visibile, non istimasi vero il cordoglio. Tanto non si usa dagli uomini, e soffrono più volentieri le critiche. Costu-masi vestir la gramaglia anche pei propri figli, e producesi il duolo oltre l’anno. V’ha di quelli tanto succidi quanto si mostran sensibili, che lasciansi in dosso la camicia che trovavansi avere quando accadde la funesta disgrazia, finchè sia del tutto lacera.

Credesi nei sogni, e che vi sieno delle indovine, che dietro l’apparizione dei morti vaticinino la morte o la guarigione di qualcheduno. La quale vana scienza sta in donnicciuole di affettata religione, e di mente poco sana.

Le superstizioni dominano. Sono i fuochi fatui, candele di anime purgantisi, e le stesse anime che passano presso la casa di alcuno che abbia ben tosto a morire. L’uggiolar dei cani è perchè allora una schiera di trapassati scorre le vie per far penitenza, o visitare qualche moribondo. Alcune pazze vecchiarelle vantansi d’essere nella notte per la virtù dei morti trasportate da uno in altro luogo, e chi lor crede e interroga, riferiscono le pene dei parenti defunti ed esigono limosine.

Nei matrimoni e nascite hanno luogo mille vane osservanze e riti. Credesi nelle legature. Si giudica dal suonar delle campane, dal volar degli uccelli, dallo squittir delle volpi, dal muggir delle vacche figliate. Convien però confessare che, se coloro cui spetta avessero atteso a sradicare questi pregiudizi, i bonorvesi si farebbero le meraviglie di chi credesse cose meno sciocche.

Il territorio di questo comune è assai vasto, e la superficie forse contiene miglia quadrate 50. Dividesi in regioni selvose, e di coltura. Il paese trovasi alla linea di ponente.

Il monte di soccorso per l’agricoltura ebbe per dotazione starelli di grano 1400, e lire 400. Nel 1833 fu trovato il fondo granatico di starelli 3000, il nummario di lire 110. Ragguaglia lo starello a litri 49,20; la lira a lire nuove 1.92.

Si suol seminare di grano starelli 6125, d’orzo 2044, di granone 350, di fave 1750, assai meno di veccia, di piselli, e fagiuoli bianchi, di ceci però se ne sparge starelli 525. Non si gustano ancora le patate.

La fruttificazione moltiplica al sette. Rende più la vanga, che l’aratro. Sono coltivati pochi orti presso Rebeccu a cavoli, poponi, cocomeri, zucche, ecc. Il prodotto del lino è poco vistoso.

Le vigne vi prosperano: hannovi uve di molte varietà, sì di color bianco, che rosso o nero: dei vini, che se ne fanno, la bontà è mediocre, grande la quantità. Da alcuni le viti si levano un poco, che essi dicono coltivare a cannittu; da altri si tengono basse, che dicono coltivate a curtu. Si vende il vino ai vicini paesi, in maggior misura ai cossainesi. Se ne brucia poco per acquavite, della quale amano meglio provvedersi da s. Lussurgiu.

Si curano molte specie di fruttiferi, albicocchi, peschi, susini, peri, pomi, fichi, ciliegi, noci, mandorli, pomi granati, cotogni, sorbi ecc. Di alcune molte sono le varietà; grande il numero degli individui.

Le terre chiuse, tra grandi e piccole chiudende, non sono meno di 90. Le vigne sono più di 300, contenendo forse rasieri 1300. Ragguaglia il rasiere ad ari 139,53.

Le selve sono variate d’alberi ghiandiferi, frassini, pomi, perastri, lentisco, ecc. Si trovano degli alberi di gran corpo. Occupano esse quasi la metà del territorio, spesso interrotte da campi.

Le produzioni vulcaniche sono copiose e varie, perché tutto il terreno di origine ignea. Il monte Càccao è l’estrema sponda del gran pianoro che va a distendersi nella Planargia, e nella Campeda di Macomer. Parte dello stesso fino al Pèlao e Montessanto pare essersi sprofondata in qualcuna delle violentissime convulsioni, che il fuoco interno fece patire a questa regione, dove sono ben caratterizzati molti crateri posteriori alla formazione della valle.

Il bestiame appartenente a’ proprietari bonorvesi (an. 1833) può calcolarsi in 37 mila capi, da classificarsi e dividersi in circa 4,000 cavalle rudi, in 250 cavalli e cavalle domite, in 2,000 buoi d’aratro, in 2,500 vacche rudi, in 100 vacche mannalìte, o domestiche, in 24,000 pecore, in 2,350 capre, in 300 giumenti, in 3,500 porci. Non si hanno capanne fisse.

I nughedesi, che pascolano armenti o greggie di bonorvesi, portano seco la loro famiglia; le donne però dei pastori del paese non restano mai nel monte. Finita la stagione del prodotto, che dal principio della primavera stendesi agli ultimi di luglio, non altri resta nelle mandre, che qualche servo. Le lane, i cuoi, le pelli, il lardo, il formaggio, e i capi vivi si vendono a Cagliari, Sassari, Bosa, Ozièri. Nella fiera di s. Croce in Oristano (addì 14 settembre) compariscono circa 250 polledri degli armenti di Bonorva, i quali si vendono con riputazione.

Molta è la copia di selvaggiume, cinghiali, daini, lepri. Varie e numerose le specie de’ volatili, principalmente pernici, colombi, tordi, beccaccie, piche, falchetti, avoltoi, anitre ecc.

Sono nel campo presso la làcana (confine) delle acque stagnanti, però di poca considerazione, dove oltre la suddetta sono altre specie di acquatici. Alcuni vivono della caccia come mestiere. Nutrono perciò molti cani, e v’ha taluno che ne guida e governa più di dodici. Sono questi animali di molta abilità, e possono ancora attaccare e fermare tori indomiti, e cavalli eziandio, addentandoli nelle narici.

Meravigliosa è poi l’agilità dei bonorvesi, quando sopra il cavallo a ciò addestrato corron dietro la vacca o il toro. Appena un d’essi ravvisa nella selva l’animale, che pungendo il destriero si caccia a precipizio tra burroni e tra le macchie e gli alberi. Bello è vedere come egli si governi per evitare lo scontro dei rami. Ora si curva sul collo del corridore, ora dà la testa sulle groppe, or si piega a destra, ora a sinistra, ora porta su una gamba, or l’altra senza mai perder l’equilibrio, sì, che pare vi sia inchiodato, e la corsa continua, finchè il cavallo non raggiunga il toro, e lo addenti nella schiena, e così lo fermi, o il cavaliere con la corda di cuojo a cappio scorsojo (sa soga) non lo colga.

In gran numero sono le sorgenti di questo territorio, molte abbondantissime, la maggior parte perenni, e alcune mancanti. Vi sono acque termali, e come pare anco minerali, le quali trovansi nel campo scoppianti da più parti in molta vicinanza le une all’altre. Sono assai disgustose a beversi, e di varia temperatura dal freddo a un gran calore. Dicesi siano state analizzate in Cagliari, ma non si sa di certo il risultamento. I paesani le denominano sa funtana sansa.

Pochi ruscelli si possono annoverare in tanta estensione di territorio: vengono in questo dal Bolothanese due fiumicelli tributari del Coguìna (V. Bolòthana). Vi si prendono anguille assai delicate, e trote con la rete, con l’amo, con l’òbiga (giacco), e con le fiscelle. Riu-molìnu, che traversa la strada centrale, dove ha un ponte, formasi da alcune acque, che vengon dal monte sopra il paese, le quali però mancano d’estate. Dicesi ne sorga molta e perenne da sotto il ponte. Vi concorrono pure due ruscelletti Silànus, e Baddefustes, che passano sotto l’arco, e poi l’acqua di s. Gavino più copiosa delle anziddette due, scaturienti tutte e tre dal territorio di Giàve. Procedono prima nel confine tra Giàve e Bonorva, poi tra Semèstene e Cossaìne; indi entrano nel territorio di Pozzomaggiore, dove crescono con le acque della fonte Andròliga; finalmente discendono nella valle di Semèstene a congiungersi col fiume di Fontanguilla, o Funtana-ambìdda.

Nella regione di s. Simeone a mezzogiorno del paese, e alla distanza di mezz’ora, sul monte Càccao intorno all’antica chiesa denominata da quell’apostolo, osservansi grandi avanzi di fabbricati, onde si riconosce esservi seduto un popolo. Di rimarchevole altro non si vede che due costruzioni in somiglianza di due torri quadrate, secondo l’arte ciclopica, se non che le pietre angolari sono squadrate. Appariscono altre reliquie di consimile architettura, però con pietre minori.

Verso levante, e in distanza di due ore dal paese, nella regione appellata Tèrchiddo esisteva un villaggio di questo nome. Si possono osservare le vestigie delle chiese di sant’Elena, s. Matteo, s. Quirico, della parrocchiale e lo sfasciume delle abitazioni. Fu abbandonato circa il 1665 dopo ucciso il parroco mentre celebrava la messa, da un cotale, che chiamavano Ziròne, i cui posteri, col cognome de’ Sechi, abitano attualmente in Bonorva.

Preso santa Maria de Cunzàdu trovansi indizi d’altra antica popolazione, frantumi di mattoni, e di antichissime stoviglie, piante di edifizi, e presso alla chiesa nel 1830 si scoprì una pentola piena di medaglie erose d’imperatori, imperatrici, e cesari, moltissime delle quali furono collocate nel medagliere del museo cagliaritano. Erano in numero maggiore quelle di Gordiano, Marco Aurelio, Antonino Pio, Lucio Vero, Massimo, Massimino; bellissima quella d’Ostacilia. Nei siti d’intorno si poterono aprire molte tombe, dove trovaronsi osse, lampadi, orciuoli, monete, anelli, ecc.

A poca distanza dalla chiesa rurale di santa Lucìa sorge la rupe detta di s. Andrea de Prìu in faccia al mezzogiorno. Compariscono nella medesima alle altezze di 10,20, e 30 palmi sardi (ragguaglia il palmo sardo a m. 0,262) tre finestre, a due delle quali non si può salire senza scala; alla terza vi si poggia per un difficile e tortuoso sentiero: si entra in una caverna di 12 piedi in quadratura; indi si penetra in altra stanza bislunga, e maggior dell’altra, nella quale a man dritta vedesi una nicchia come un credenzone, e nell’angolo vicino una finestra di tre palmi in quadrato, per cui si riesce a tre successive camere di 10 in 12 palmi di misura in lungo, e quasi altrettanto in largo, in due delle quali le volte sono sostenute da colonne della stessa roccia. A man sinistra trovasi altro varco, che mette in una caverna grandetta, nel centro della cui volta è uno spiraglio attraverso, 15 o 20 palmi di spessezza nella roccia. Osservasi nel suo cielo certa dipintura grossolana, e sono quattro frati con abiti neri, con frammezzo varii fiorami, ed in certe distanze alcune croci trinitarie. Nei lati di questa caverna, a destra, a sinistra e a fronte, sono, a tre palmi dal suolo, quattro finestrini, per cui si passa ad alcune camerette, che danno ad altre consimili, in alcune delle quali pare ravvisar delle tombe di sette palmi di lunghezza, e due avanzati in larghezza sopra uno di profondità. Le caverne vicine a questa descritta, possono da pochi visitarsi, da che fu tolto il modo di ascendervi; ma chi le vide, ne porse una nozione analoga alla formazione di questa, che si conosce. Esse pajono caverne sepolcrali piuttosto che altro. Può però concedersi, che vi stanziassero poscia alcuni eremiti. Intorno a che è tradizione, essere state queste caverne abitazione di monaci benedettini sotto il titolo di s. Andrea de Prìu, il quale è detto essere stato uno de’ primi, che vi facessero penitenza. Il Fara credeva indicasse Prìu un’antica popolazione, che però or non pajono voler approvare coloro che conoscono la località.

Sono di somiglianti caverne in altre parti, in Toccos de Puttu, e in Sapasciu dove trovaronsi, e tuttora si trovano molta quantità di osse umane, piatti, lucerne di terra, anfore, e varii altri vasi.

Non meno di 15 sono i norachi, che veggonsi sparsi nel Bonorvese, denominati tres-nuraghes, perchè al gran cono sono annessi altri minori, Paza, Oghene, Nurapè, Pedra-Peàna, de s. Lughìa, Nurabbas, Cumbessos (vocabolo signif. miserabili, vili), Sa Sea, Lòskeri, Pianu d’Edras, Bortòlu, Surgiagas, ecc. Hanno tutti l’ingresso molto basso.

Bonorva appartiene con Rebeccu, Semèstene, e Pozzomaggiore, al marchese di Villa-rios. Esige questi il deghino de’ porci e delle pecore, il carrargiu delle vacche, uno scudo per ogni segno di capre, l’affitto della montagna, il dritto sul mosto, la mezzàna de’ zappatori, il feu, o testatico, e l’affitto de’ territorii, che coltivano i non vassalli.

Per l’ordinario risiede in Bonorva un delegato consultore con giurisdizione sugli altri villaggi del mandamento.

Nell’anno 1347, guerreggiando i Doria con gli aragonesi, D. Guglielmo de Cervellon, luogotenente generale dell’isola, mosse da Sassari per unirsi alle truppe, che conduceva il suo figlio Gerardo, e con molta fortuna si congiunsero in Bonorva. I Doria intanto presero posto a circa quattro miglia di distanza, nella bastita di Sorra, sotto cui dovean passare gli aragonesi. Il giudice dell’Arborèa, vedendo il pericolo delle genti del re d’Aragona, diede al luogotenente saggio consiglio, e mandò ambasciatori ai Doria per contenerli. Ma quegli, contro il parere del-l’amico, volle tosto andare avanti, come fu rinforzato di trecento cavalli arboresi. Giunto nel sito detto Aidu de Turdu, che pare sia la valle di Montessanto, per dove ora corre la strada centrale, vi ritrovò i nemici postati. Inoltratasi la vanguardia, entrò D. Gerardo nel passo fatale, e sembrandogli, che i fanti nemici fossero uomini di piccol core, dato ordine di caricarli, fece mischiar con loro il suo fratello D. Monico. S’impegnò la battaglia con accanimento, e presto la vittoria si dichiarò pei Doria, morti Gerardo, e Monico, e fatta in pezzi la loro cavalleria, e fanteria. Veduto ciò D. Guglielmo, e trovandosi poco forte a resistere ai vincitori, si ritirò nelle terre del giudice, dove morì di dolore, di fatica, di calore e di sete, essendo stata la giornata cocentissima, ed essendo inaridite le fonti del bosco, ov’egli era entrato. Le genti del giudice, vedendo Guglielmo tornar in dietro, presero posizione in un luogo forte, sperando di rannodarvi i fuggitivi e dispersi. Ottenuto l’intento, si ritirarono entro i confini dell’Arborèa (V. Manno, Storia della Sardegna, all’anno 1347).

Tradizioni

Feste e Tradizioni
Feste e Sagre a Bonorva
Maggio: Santa Giulia (nella frazione di Rebeccu)
1 Maggio: Santa Lucia
8 Maggio: Santa Vittoria
lunedì dopo Pentecoste: San Leonardo, festa del Santo patrono
24 Giugno: San Giovanni Battista
1° domenica Agosto: Madonna degli Angeli
8 Settembre: Maria Bambina
2 Ottobre: Santa Barbara